Non perdo occasione per vederlo. Ogni sera che passa a salutare i suoi amici che vivono con me, appena riconosco la sua voce nell'atrio, indosso in fretta i primi vestiti che trovo abbandonati sul pavimento e mi precipito giù per le scale con la scusa di non riuscire a prendere sonno. Mi guardano tutti un po' sorpresi, ma io resto così, rannicchiata sulla sedia, a piedi nudi e scomposta, solo per essere lì con lui.
In un angolo, accanto al suo letto, c'è un paio di piccole ciabatte da donna argentate. Ogni volta, prima di spogliarmi, le vedo, e mi ricordano chi sono io e cosa ci faccio in quella stanza. Di me, non lascio mai traccia.
Ma in ogni suo abbraccio, lo sento aderire alla mia ferita, e sento il mondo intero pulsare, dentro.
Gli occhi della sorella, le spalle del fratello, le gambe della migliore amica, le labbra della madre, le mie mani cedettero. Precipitarono, si contorcevano, si lasciavano dilaniare, si dissolsero. Poche, pochissime parole. Impressa nella mente quella curva, assieme al sole, all'aria che preme contro il petto, al verde dei suoi occhi che sfugge via in un momento. Mi appoggiai ad un albero. Mi guardai attorno e mi sembrava incredibile quel che stavo vedendo. Ma se chiudevo gli occhi, quel che emergeva dal buio mi era insostenibile. Tra un attimo sarebbe tutto finito. Saremmo finalmente stati tutti soli e ci saremmo lasciati andare, accasciandoci sulle fredde mattonelle delle nostre stanze.
Poche, pochissime parole. E tale e tanta è la paura di ricordarle da aspettare di avere vuotato l'ennesimo boccale di birra prima di pronunciarle.
Ma un giorno, al posto mio, Pavese scrisse: " ti voglio tanto bene da desiderare di essere nato tuo fratello, o di averti fatto nascere io stesso ".

