domenica, 04 ottobre 2009
Il giorno dopo l'incidente entrai nella sua stanza, dove meno di venti ore prima lui stava vestendosi per uscire. Mentre in cucina la madre piangendo raccontava l'orrore, io baciavo tutto quello che sapevo aveva toccato, cercavo il suo odore, un'ultima traccia di calore. Sul disordine della sua scrivania, accanto ai progetti per costruire barche e ai miei scarabocchi che lo facevano commuovere e ridere, ora c'era anche un piccolo sacchetto nero che conteneva un mazzo di chiavi e un taccuino sporco di sangue. In un angolo, vicino al letto, trovai una scatola con dentro il suo casco nero, la metà sinistra in frantumi. Mi sentivo come se mi avessero aperta, e richiusa dopo avermi strappato via un organo. Il dolore pulsava e dilagava, dentro.

Non perdo occasione per vederlo. Ogni sera che passa a salutare i suoi amici che vivono con me, appena riconosco la sua voce nell'atrio, indosso in fretta i primi vestiti che trovo abbandonati sul pavimento e mi precipito giù per le scale con la scusa di non riuscire a prendere sonno. Mi guardano tutti un po' sorpresi, ma io resto così, rannicchiata sulla sedia, a piedi nudi e scomposta, solo per essere lì con lui.
In un angolo, accanto al suo letto, c'è un paio di piccole ciabatte da donna argentate. Ogni volta, prima di spogliarmi, le vedo, e mi ricordano chi sono io e cosa ci faccio in quella stanza. Di me, non lascio mai traccia.
Ma in ogni suo abbraccio, lo sento aderire alla mia ferita, e sento il mondo intero pulsare, dentro.

Gli occhi della sorella, le spalle del fratello, le gambe della migliore amica, le labbra della madre, le mie mani cedettero. Precipitarono, si contorcevano, si lasciavano dilaniare, si dissolsero. Poche, pochissime parole. Impressa nella mente quella curva, assieme al sole, all'aria che preme contro il petto, al verde dei suoi occhi che sfugge via in un momento. Mi appoggiai ad un albero. Mi guardai attorno e mi sembrava incredibile quel che stavo vedendo. Ma se chiudevo gli occhi, quel che emergeva dal buio mi era insostenibile. Tra un attimo sarebbe tutto finito. Saremmo finalmente stati tutti soli e ci saremmo lasciati andare, accasciandoci sulle fredde mattonelle delle nostre stanze.

Poche, pochissime parole. E tale e tanta è la paura di ricordarle da aspettare di avere vuotato l'ennesimo boccale di birra prima di pronunciarle.
Ma un giorno, al posto mio, Pavese scrisse: " ti voglio tanto bene da desiderare di essere nato tuo fratello, o di averti fatto nascere io stesso ".

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sabato, 29 agosto 2009
III

Forse non è così difficile da spiegare. Ti senti un po' speciale quando un animale mai incontrato prima ti guarda e si lascia avvicinare. Ti senti come se avesse riconosciuto in te qualcosa che appartiene a lui e alla sua specie, qualcosa di non comune. Ti senti come se ti avesse scelto, tra centinaia migliaia di persone che passavano e si sono fermate, che parlavano e si sono messe a tacere, che volevano e non hanno potuto arrivare al punto in cui sei ora tu. Ti senti speciale, non è così? Ecco, è stato semplice da spiegare. Cosa ho provato nell'incontrare lei. Poi. L'alba è arrivata, mordeva i tetti delle case s'infilava nelle fessure delle finestre sotto le porte afferrava gli angoli e spingeva forte. L'alba che anche da sbronzo mi è sempre parsa così dolce e impaziente. Sai, come una bambina. E lei, anche lei quella notte aveva la prepotenza di una bambina, mentre giocava con la schiuma della mia birra, mentre mi spingeva lontano e indossava i miei vestiti, mentre avanzava improvvisamente come la marea. Ricordo come vibrava la luna. Poi. E' difficile da spiegare. Continuavo ad essere l'uomo che ero sempre stato. Mentre la osservavo dormire vedevo me, e mi sentivo un po' innamorato un po' coglione per l'essermi creduto in paradiso. Ma in quella notte credo di avere attraversato il mio piccolo universo. L'alba è arrivata, e con un gran sorriso sulle labbra ha azzannato il sogno alla gola. Vuotai la birra ormai calda, indossai i miei vestiti, chiusi piano la porta alle mie spalle. Ci sono giorni che non iniziano nel momento in cui ti svegli. E neppure quando sale l'odore bollente del caffè. Scendevo le scale tre gradini alla volta, il cuore batteva, il mal di testa sviolinava. Sfondai la soglia della via, e sentivo la tenerezza che ti da l'idea di partire per chissà dove. La tenerezza per il riflesso della città sul fiume, per le piume sotto i tavolini del bar mischiate alle briciole, per le giovani donne consumate ai bordi della strada, per quelle vecchie che non alzano più lo sguardo su nessuno. La tenerezza per l'acqua della fontana che piscia sull'urina degli sbandati, per il vigile urbano che ti fotte quando vuole fare bella figura, per i colori della frutta sulle bancarelle, per le macchie di vernice arancione sul pianerottolo che scommetto nessuno ha ancora mai notato e che spero nessuno laverà mai via. Per tutto quello che di inutile lasci quando parti per chissà dove. Ora. Riflettendoci sopra, ma senza insistere. Ti rende felice sentirti un po' speciale. Quando sei l'unico in tutta la città a portarsi addosso il pizzicore del sale sulla pelle. Quando vedi le stesse cose di ieri e di sempre con occhi inselvatichiti e impacciati. Continuavo ad essere io, ben lontano dal paradiso, ma adesso mi trovavo sulla carrozza numero 4 di un treno che ancora oggi si ferma ad ogni piscio di cane. Ricordo lo spray rosso e viola che occupava metà del finestrino colorando il cielo, le piccole stazioni incasinate dai pendolari in fretta e in ritardo con le loro borse a tracolla e i bicchierini di plastica con lo zucchero raggrumato sul fondo. L'odore di bagnoschiuma, di prima sigaretta, gli abiti spiegazzati e il sudore sotto le ascelle. Puzzavo ancora di birra, e sesso, e ciottoli da marciapiede. Ma la lentezza con cui viaggiava quel treno e la quantità di gente che mi si stringeva mano a mano attorno contribuivano stranamente a rendermi caro il mio minuscolo universo.

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sabato, 08 agosto 2009
II

Lei era il mare.     Ci sono momenti in cui tu non te ne accorgi ma ti giochi tutto (il bello l'assurdo e il ridicolo della tua vita), ti s'infrangono contro e poi devi essere capace di recuperare ogni frammento e qualcosa di più. Altre volte, te ne rendi perfettamente conto, e non è quasi mai un vantaggio. In una notte come quella girano i matti, le puttane e gli alcolizzati. Persino i barboni se ne stanno tranquilli a dormire sui loro letti scricchiolanti di carta straccia e pubblicità. Il fiato della città ha un pessimo odore, di vizio e abbandono, parole e passi che si trascinano a fatica lungo i muri. Anime estinte che nessuno si preoccupa di salvare né di liberare, una volta per tutte o anche solo per un istante fittizio in tutta la vita. In una notte come questa non te ne frega niente di quello che ti può accadere, e di quello che ti accade sai già che non avrai memoria. Stai col culo per terra, e con gli occhi vai cercando di riconoscere almeno una stella. Anche se è da quando eri bambino che non lo facevi, anche se non lo hai mai fatto, anche se nelle condizioni in cui sei ora potresti stare immaginandoti ogni cosa. Schiacciato tra gli spigoli dei tetti e le antenne della televisione, quell'ignoto artificio resta, si lascia scrutare indicare violentare e attende pazientemente che tu riesca a dargli un nome.     Io me ne stavo lì, mandando a fanculo me stesso e le persone che mi avevano lasciato a me stesso. Mi sentivo fuori posto, eppure sapevo di riuscire perfettamente a confondermi con quel che mi circondava. Come uno scoglio in mezzo al deserto. Che poi, non significa un cazzo. Semplicemente, avrei voluto trovarmi altrove, ma non ero in grado di muovermi, di cambiare. Ma arrivano dei momenti in cui ti giochi tutto, e tu puoi accorgertene oppure no ma arrivano e ti s'infrangono contro. Poi, c'è solo da aprire gli occhi e darti da fare.      Lei era il mare. Sentii i suoi passi picchiare contro il marmo sotto i portici e la pietra delle arcate e il legno marcio delle imposte alle finestre. Sentii il suo odore inondare i miei vestiti, riempirmi il naso e la gola: sudore che le scorreva addosso, gocce salate percorrevano ogni suo respiro. Vidi le sue labbra di corallo, e la seguii. Stava a pochi passi di distanza, calpestavo la sua ombra incerta proiettata dai lampioni occasionali. Camminava veloce, sconvolgendo me e quell'assurdo mondo che ci stava a guardare, sorpreso. All'improvviso, i miei occhi si erano aperti: le note suonate da un pianoforte sprofondavano lungo la via, fiori notturni dai davanzali si dondolavano sul vuoto rabbrividendo di vertigine mista a delizia, i disperati della notte mostravano sul loro viso i lineamenti di un bambino ancora intatto, il silenzio si accasciava negli angoli irraggiungibili, l'irraggiungibile precipitava come foglie nelle mie mani. Cedevole e feroce. L'avrei seguita ovunque.

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martedì, 04 agosto 2009
I

Alle tre di notte scompare un mondo, ne appare un altro. E per quanto tu possa sentirti stanco, o distrutto, apri gli occhi e inizi a camminare deciso. Costeggiando i parcheggi vuoti, intuisci con la coda dell'occhio la presenza di una puttana, cogli l'accelerata di un'automobile in lontananza, e qualcuno a pochi isolati da qui ha mandato in frantumi una bottiglia vuota. Violento e vulnerabile, questo mondo ti segue col fiato su collo per tutto il tragitto, ti minaccia e tu non capisci di che cosa, ti chiede di riflettere e tu ne hai troppa paura. La solitudine di queste ore manda in confusione il tuo minuscolo universo. Attraversando la strada, sollevi gli occhi e trovi una luna imperfetta, trafitta dalle traiettorie dei pipistrelli. I lampioni illuminano i primi due piani dei palazzi, tutto il resto -e tutto quello che contiene- e' imbavagliato dall'oscurita', perfino nel ricordo impresso nella tua testa. La luce, anche quel poco di luce che c'e', e' come se non esistesse. Domani stenterai a credere di avere percorso tutte queste vie senza avere incontrato nessuno, senza avere sentito una voce, senza avere detto una parola.      Io traballavo un poco, ero ancora distante dalla lucidita', e sinceramente non sapevo quel che facevo. Mi sono svegliato in quella stanza non mia e sono scappato, stop. Avevo un gran desiderio di fare l'amore, ma la puttana all'angolo della strada stava gia' avvinghiata al finestrino abbassato di un'elegante auto da dirigente. Avevo la testa che mi scoppiava e ogni passo era come un gancio diretto alla tempia, ma continuavo a camminare con passo deciso, ed in effetti stavo facendo a cazzotti contro qualcosa di me che non mi lasciava andare. A denti stretti, ho attraversato la citta'. Avrei voluto trovare qualcuno con cui dividere il peso di tutta quella ingombrante immobilita', un qualcuno qualsiasi. Anzi, un qualcuno con una bottiglia di vino nella tasca della giacca. E anzi, un qualcuno di molto generoso con una bottiglia di vino in tasca. Insomma, ne avevo le palle piene di essere solo, e quasi mi stavo pentendo di essermene andato da quella stanza. Avevo una gran voglia di sedermi per terra, appoggiare la schiena alla colonna e distendere le gambe, fare parte di quel mondo bellissimo e terribile che in cosi' tanti facciamo finta che non ci sia o che non conti un granche'. E allora, mi sono seduto per terra, mi sono appoggiato alla colonna, e sentivo puzza di piscio, e la luna imperfetta si appoggiava ai cavi dell'elettricita'. Passarono un paio di auto, dovevano avere parecchia fretta. O forse correvano perche' non ne avevano alcuna. La solitudine stava mandando in confusione il mio minuscolo universo spappolato dall'alcool dal sesso e dall'amore. Stavo aspettando che passasse almeno un cane randagio, quando passo' lei.

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domenica, 02 agosto 2009

Aspettandoti, sono sceso al bar dall'altra parte della strada arrivando pochi istanti prima che chiudesse e ho preso due birre: una per me e l'altra pure. Tanto so gia' che non arriverai in tempo. Comunque. Aspettandoti, mi sono acceso la televisione: davano un telefilm sui medici, un porno d'autore, e i titoli dei telegiornali della notte non dicevano nulla che gia' non sapessi. Occhiaie della mia giornalista preferita a parte (adoro le sue camicette strette sui seni, i suoi orecchini di finte pietruzze che le sfiorano il collo mentre dice "E ora passiamo al prossimo servizio"). Ho continuato ad aspettarti, birra in mano, vestiti sparsi sulle mattonelle del salotto, culo sprofondato sulla poltrona, l'orecchio teso verso la serratura della porta. Sono tornato con la memoria alla ragazza con cui stavo prima, completamente diversa da te, soprattutto a letto. Conservo ancora il suo numero di telefono su uno dei fogli sparsi che invadono la mia scrivania e gran parte delle superfici piane di questa casa. O meglio, non e' che lo conservo: ce l'ho, e basta. Il passato e' un sottoinsieme della mia vita a cui col tempo mi sono abituato, non mi spaventano piu' i suoi agguati e non mi fanno piu' piangere le sue barzellette. Dicevo. Aspettandoti, mi sono fatto un po' male. Che e' strano detto da un uomo, ma cosi' e', e so che e' anche per questo mio essere cosi' che tu torni sempre, anche se torni sempre tardi. Mi fa male aspettarti, bere due birre - una e' per me, l'altra non lo sarebbe dovuto essere - e non-guardare la televisione accesa, girare nudo per la casa come un vecchio cane in perenne stato confusionale, fare sesso con quella fottuta serratura pur di convincerla a fare un seppur minimo rumore e sentirmi dire che sei arrivata, tornare a quella meravigliosa ragazza completamente diversa da te e chiamarla per sbaglio e per gioco con il tuo nome, eccetera eccetera. Tempo perso, definirebbero tutto cio' in molti. E le definizioni, purtroppo per loro e per noi, si sprecano sempre. Ma mentre tu tardi ad arrivare, io mi sono sentito adulto e bambino, sporco e innocente, innamorato e infedele, disgustato da me stesso e cosi' unico nei tuoi occhi. Indispensabile e tuo. Tornerai.

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sabato, 11 luglio 2009
doux présent du présent l'attimo instancabile che scorre tra un indefinito e un indefinibile, mentre leggi la meravigliosa geometria di una poesia, con il sole che si arrampica sui tuoi piedi, e ti chiedi com'è stato possibile pour toi mon amour mi sono sbagliata, mi sono sbagliata mille e mille volte, mi sono scheggiata e non ho mai voluto chiedere scusa, perchè mi ero perduta e mi perdo ancora tra le tappe scarabocchiate sul tuo viso, soffermandomi su ogni possibile rifugio.
E ne ho ancora molta, di strada, da ricomporre sotto le suole sottili dei sandali di plastica azzurra. Pozzanghere estive in cui tuffare i piedi, scaldate dall'eccitazione del sole dopo l'arcobaleno. Come un bambino. Spietatamente, toccare le ali delle farfalle, e restare senza fiato ad ammirare le proprie dita. Non sarà mai più lo stesso démons et merveilles trafitti e appuntati sulla tua tela
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domenica, 07 giugno 2009
Qualcuno prende il meglio di te. Lo sistema sul proprio petto di modo che non scivoli giù, di modo che non si allontani più. Va bene, ti scriverò un racconto di alcool e sesso sfrenato. Che non avrà nulla a che fare con la realtà. Qualche cazzotto all'uscita del pub, qualche espressione colorita sulla soglia della stanza d'albergo, la linea bianca in mezzo alla carreggiata. E che non se ne parli più. Qualcuno prende il meglio di te. Lascia che si posi sulla propria spalla aspettando che trovi l'equilibrio per non cadere giù, per non vacillare più. Va bene, manterrò tutte le promesse. Anche quelle fatte prima che ti conoscessi. Taglio il nodo rosso che porto al polso. Poi, uscirò, e mi sentirò un po' eroe un po' boia. Incontrerò gli sguardi degli spacciatori ai lati della piazza, chiederò alla barista il favore di aprirmi la bottiglia di birra, siederò ai bordi della fontana e mi bagnerò la schiena lentamente col passare delle ore. E anche se passassi di lì, giuro che non riusciresti a vedermi.
Qualcuno conosce il meglio di te. Anche se tu non vuoi. Anche se non credi che esista. Anche se manchi. Anche quando vorresti spaccare il mondo che ti circonda e senza volerlo riesci a mandare in frantumi la bolla di sapone da cui io ti. Anche senza dire nulla. Anche quando mando tutto a puttane. anche se anche ma anche quando anche sempre perchè tu. Concedimi il caos che mi da lo starti accanto. Diversamente non sarei io. Quel qualcuno.
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venerdì, 05 giugno 2009
Non posso più pagare il tuo abbraccio, sai. In tasca mi è rimasto soltanto un biglietto del treno: un pezzo di strada da porre tra me e te. Agli angoli della città si accumulano per terra mozziconi di tenerezza. Parole ancora umide e tiepide segnano percorsi oramai disfatti. La gente cammina con passi decisi, senza più bisogno di guardare dove sta andando. Io ho speso tutto quel che ancora avevo, non mi accorgevo di come cambia il mondo dopo aver vuotato una bottiglia di vino. Per me non c'è mai stata distanza. Lì dove da sempre cammino a piedi nudi, ieri mi sono sdraiata e mi sono addormentata. Lì dove non sono mai stata prima, ieri sono arrivata al buio e non avevo paura di perdermi. Ma non posso più pagare il tuo abbraccio, vedi. Ogni volta che gettavo un mozzicone di noi, sono tornata indietro a raccoglierlo. Le dita scottate sanno di cenere. Si chiudono sul biglietto che tengo in tasca. Faccio un'enorme fatica ad aprire la porta della tua stanza e chiuderla alle mie spalle senza fermarmi su di te. Lungo la strada, trovo un amico, mi offre da bere prima di lasciarmi andare. Qualcosa di alcolico. Esagera senza paura, ragazzo, lo voglio forte. E stasera mi congelerò in un pensiero liquido incontenibile. Con quel mal di testa che segue ogni sbornia a farmi da zattera. Passano sotto di me chilometri di rotaie. Non basteranno mai, con te non ci può essere distanza. Ma vado ad ovest, a vedere più da vicino il tramonto.
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domenica, 03 maggio 2009
Un'arancia con le occhiaie. Ho l'aria esausta di chi passa la notte a contare i battiti del vento e a descrivere ogni crudele dettaglio alle stelle. Distolgo gli occhi dalle maledette apparenze dalle bugiarde coincidenze dalle parole che non vengono a galla dai fottuti tuffi nel passato che annega. Io. Mi prendo, mi accendo, mi inspiro e mi soffio via. La cenere si raccoglie sul cuscino. Ho visto la tua civic parcheggiata sotto il balcone. Mi raccolgo sul parabrezza e guardo dentro schiacciando il naso contro il vetro. Ho sognato la tua k1200r, correvo come una forsennata senza casco, la paura era tanta, ma non mi fermavo. Ti ho detto infiniti addii. Ho l'aria esausta di chi passa la notte ad aspettare un lampo che fermi per un istante il tempo e a raccontare una breve storia vera. Un'arancia con le occhiaie. Ma sono cambiata, un po'. Io. Mi sono innamorata di nuovo.
postato da: BarbariAffetti alle ore 12:33 | Permalink | commenti
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sabato, 02 maggio 2009








inutili introvabili parole.
sul molo un abbraccio di due sorelle.
mentre un due senza si porta via i rimasugli di un due.
due maggio.
due ricordi.
due maggio duemilaesette.
due maggio duemilaeotto.



duemaggioduemilaenove.









(due senza, Isola, 2 maggio 2009)


zarja

postato da: pobesnelazarja alle ore 22:04 | Permalink | commenti
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